Sguardi dall’alto sguardi attraverso

Anna Laura Palazzo

Vivere è passare da uno spazio all’altro cercando il più possibile di non farsi troppo male

Georges Pérec

Il quadrante sudorientale tra spinte eterodirette e autodeterminazione

La condizione ibrida della metropoli contemporanea accoglie episodi edilizi densi e rarefatti, trame agricole residue e spazi di dismissione o di attesa occupati temporaneamente o in abbandono: tutto ciò configura delle soluzioni di continuità che agiscono come agenti di degrado, detrattori dello spazio aperto e della sua fruibilità.

Nel corso del Novecento, l’espansione del quadrante sudorientale di Roma è stata scandita da due fenomeni concomitanti: i) la tracimazione dell’edificato oltre i limiti morfologici e regolamentari: le Mura Aureliane, i perimetri tracciati dai Piani regolatori del 1909 e del 1931, e da ultimo il Grande Raccordo Anulare; ii) la formazione di grumi insediativi, dapprima come episodiche modalità di colonizzazione dell’Agro nella fase del suo ‘risorgimento economico’ affidato alla bonifica idraulica – borghetti e borgate rurali, centri di colonizzazione agraria (fig. 1) –, e progressivamente in forma di precari baraccamenti. Qui trovava riparo più che accoglienza la popolazione espulsa dalle aree centrali per effetto dell’isolamento storico-monumentale della città antica e quella in arrivo dalle regioni contermini in cerca di impieghi urbani. Il termine ‘borgata’ con cui si designano questi ricoveri di fortuna assumerà una connotazione dispregiativa già sotto il Fascismo (Clementi & Perego, 1983).

Sintomatici di tali dinamiche che si intensificheranno dal secondo dopoguerra sono la persistenza di nuclei spontanei lungo i tracciati esistenti incapsulati nelle maglie della città in espansione, i sorprendenti picchi di densità nei lembi estremi di periferia dove troveranno collocazione anche i quartieri di edilizia pubblica (quartieri INA Casa, quartieri Peep Arco di Travertino, Osteria del Curato, Quarto Miglio, Cinecittà), il funzionamento dei tessuti ‘per isole’ con un forte effetto di frammentazione (Palazzo, 2005; Longobardi et al., 2009) (fig. 2).

Il ddl 6 luglio 1931 n 981 di approvazione del Piano regolatore di Roma introduceva i piani particolareggiati di esecuzione tanto per i 5.500 ettari interni al perimetro del Piano del 1909, in scadenza, che per i 9.000 ettari su cui era misurato il fabbisogno di espansione. In pratica, si adottò il principio di ricorrere a questi strumenti per programmare lo sviluppo edilizio facendo affidamento sugli uffici comunali anziché sulla commissione che aveva redatto il Piano. Le varianti, approvate caso per caso dal Ministero dei Lavori pubblici in assenza di un coordinamento generale comportarono spesso un aumento delle densità tramite la sostituzione di tipologie edilizie e la riduzione delle zone verdi a ‘proporzioni effimere’ (Benevolo, 1959) (fig. 3).

Nel secondo dopoguerra, diversi driver sollecitano la macchina amministrativa a un cambiamento di rotta: per restare alle ragioni ‘interne’ alla disciplina, la palese inattualità del Piano del 1931 di fronte alla nuova stagione inaugurata dalla Legge urbanistica (n. 1150 del 1942), che impone la pianificazione dell’intero territorio comunale senza definirne i termini di vigenza temporale, l’emergente ‘stile’ internazionale della pianificazione razionalista, le istanze di rompere con il modello radiocentrico alleggerendo il centro storico dei carichi direzionali e terziari sospingendo lo sviluppo lungo un ampio arco tra Pietralata e l’Eur (figg. 4-5).

Il cosiddetto Sistema Direzionale Orientale previsto dal Piano del 1962 conoscerà una lunga e laboriosa gestazione per fasi, mobilitando studi di fattibilità e professionisti di fama internazionale. Gli inquadramenti urbanistici e le elaborazioni predisposte per questo programma-progetto di scala territoriale assumeranno di volta in volta denominazioni fantasiose come “[…] master plan, progetti guida, studi di fattibilità ecc. Espressioni, a quei tempi vuote, non cogenti, prive di riconoscimento nel quadro giuridico in vigore, ineffettuali. Il confronto con la strumentazione urbanistica ordinaria produce un aumento delle complessità, una specie di regolamento di conti tra vecchio e nuovo modo di pensare l’urbanistica, che nessuna istanza di modernizzazione è in grado di controllare. Lo studio di fattibilità è debole di fronte ai contenuti dell’urbanistica di tradizione, saldamente ancorata ai ruoli e alle prerogative ad essa assegnati dal diritto amministrativo” (Nigris, 2023, p. 33).

Tracce di questo esercizio sociotecnico non realizzato si rinvengono in ampi tratti di territorio inedificato che si presentano oggi come provvidenziali soluzioni di continuità ai densi tessuti della periferia orientale di Roma.

Avendo mancato l’appuntamento con la modernità, Roma può e deve vantare un modello a sé di socialità urbana.

Spazio aperto e paesaggio come common

Nel corso delle indagini svolte dal Laboratorio, la scala a piccolo denominatore ha associato sguardo dall’alto (le forme urbane indagate nelle loro metriche di misura e figura, e nelle loro distribuzioni e ricorrenze), e sguardo attraverso, con esplorazioni che si interrogano sulla sintassi pieno-vuoto nello spazio insediativo, sul ruolo dello spazio aperto nelle aree di frangia e sulle tessiture delle trame agrarie, e infine sul senso dello stare insieme che questa forma-città è in grado di promuovere nella dimensione della prossimità, cui il fortunato slogan ‘città dei 15 minuti’ sembra apportare nuova linfa nella dimensione del ‘quotidiano urbano’.

Come indicato dagli interventi precedenti, le interpretazioni vertono sulla definizione degli elementi portanti in grado di strutturare relazioni, organizzare funzioni e restituire forma a porzioni significative di territorio in funzione di una rigenerazione attenta ai valori della natura e della storia iscritti nella materialità dei luoghi e alle esigenze della cittadinanza.

L’approccio alla rigenerazione, nei limiti definiti dalla occasione della sperimentazione, ha puntato sulla valorizzazione delle caratteristiche specifiche dei luoghi e sul soddisfacimento dei bisogni delle comunità (place-making); suo campo di applicazione per eccellenza è il potenziale trasformativo dello spazio pubblico indagato nella sua identità materiale e figurativa (Hall, 2013).

Nella parte conclusiva del lavoro, con l’approdo al Masterplan, l’esercizio di ribaltamento del tradizionale rapporto fondo-figura ha fatto emergere spazi differenti per grana, dimensione, ruolo: frammenti di territorio aperto variamente connessi e utilizzati, su cui il sistema di pianificazione in essere, pur orientato alla implementazione della rete ecologica con procedimenti top-down e bottom-up, ha dimostrato sinora assai debole presa. Per contro, queste ‘specie di spazi’ sono motivo di appropriazione da parte dei cittadini e city users, in forma individuale e collettiva, grazie al potente richiamo di paesaggi di eccezione (Parco dell’Appia Antica, Parco degli Acquedotti), nonostante le cesure delle ferrovie e degli assi di scorrimento stradale che scoraggiano la mobilità lenta (figg. 6-7).

Partendo da una suggestione – Storia e Natura come Sistema (Calzolari, 1997) –, e dal progressivo allineamento in ambiente urbano tra la nozione di rete ecologica codificata dalle scienze della natura e il concetto di trama verde consustanziale alla Strategia per la biodiversità dell’UE, l’indicazione di prospettiva più interessante tende a portare a convergenza la tradizione figurativa dell’urban design con i principi dell’ecologia vegetale (Clergeau & Blanc, 2013). Alle scale ravvicinate, che consentono di tenere insieme geografie e morfologie dell’interfaccia urbano-rurale, emerge la dimensione socio-ecologica dei servizi ecosistemici, i cui effetti diretti e indiretti sul comportamento umano e sulla salute sono stati testati e dimostrati in numerosi casi di scuola.

In questa strategia e in questo luogo emblematico, le infrastrutture verdi in adiacenza ai tracciati ferroviari già spontaneamente svolgono il ruolo di riscoperta della natura in città sostenendo pratiche culturali e ricreative (figg. 8-9).

In definitiva, in adesione allo spirito che ha informato la Convenzione europea del Paesaggio (2000), si intende promuovere uno slittamento di orizzonte delle aspirazioni e rivendicazioni dai diritti soggettivi agli interessi diffusi, trattando lo spazio aperto e il paesaggio come common: si tratta di un ripensamento nei modi di intervenire per le scelte di fondo e per quelle legate al quotidiano con espressioni originali anche in termini di morfologie e usi del suolo.

 

Riferimenti bibliografici

Benevolo L., Le discussioni e gli studi preparatori al nuovo piano regolatore, “Urbanistica”, n. 28-29, 1959, pp. 91-126.

Calzolari V., Storia e Natura come sistema, Argos, Roma, 1997.

Clementi A., Perego F. (a cura di), La metropoli “spontanea”. Il caso di Roma, Laterza, Roma, 1983.

Clergeau Ph., Blanc N., Trames vertes urbaines. De la recherche scientifique au projet urbain, Le Moniteur, Paris, 2013.

Hall P. (a cura di), Good cities, better lives: how Europe discovered the lost art of urbanism, Routledge, London New York, 2013.

Longobardi G., Piccinato G., Quilici V. (a cura di), Campagne romane, Alinea, Firenze, 2009.

Nigris E., Sulla produzione sociotecnica dello spazio urbano, RomaTre Press, Roma, 2023.

Palazzo A.L. (a cura di), Campagne urbane. Paesaggi in trasformazione nell’area romana, Gangemi, Roma, 2005.