Attraversare frammenti. Altri percorsi per l’esplorazione dei paesaggi della campagna romana.

Alessandro Gabbianelli, Linda Flaviani

Osservando la mappa di Roma di Luigi Canina del 1845, nella sua rappresentazione sintetica che mette in evidenza la componente orografica del territorio laziale, e concentrando l’attenzione sulla sezione sud-est della città, si noterà come la struttura delle lievi valli alternate a bassi crinali, derivante dall’antica attività eruttiva, si estenda in maniera pressoché radiale dal centro del sistema dei vulcani laziali verso la valle dell’Aniene e del Tevere. In modo analogo, verso il centro della città storica convergono gli antichi acquedotti, conformando anch’essi un sistema radiale: grande infrastruttura per l’approvvigionamento delle acque, attingendo in gran parte alle sorgenti del complesso collinare orientale, gli acquedotti raggiungono e penetrano le mura cittadine sezionando l’ondulata orografia della campagna un tempo ‘deserta’. Un ulteriore sistema radiale, pressoché indipendente ai primi due, è costituito dall’insieme delle strade consolari che dalla città storica consolidata e fortificata dipartono per raggiungere i luoghi lontani dell’impero o, se si preferisce, che sulla città storica convergono, evidenziandone il ruolo di centralità assoluta. In gran parte ancora presenti, le strade consolari si sono inspessite nel corso dei secoli, in alcuni casi fino a costruire cesure urbane profonde e difficilmente valicabili. Dalla seconda metà dell’Ottocento, al sistema delle strade si sono aggiunti e in alcuni casi sovrapposti (come per la via Casilina) i tracciati ferroviari. Questi assi della strutturazione territoriale – prima naturale e poi antropica – i quali solo in pochi casi coincidono, come nel caso della via Appia che sfruttò la colata lavica di Capo di Bove, fanno sì che il territorio di Roma, entro i tipi territoriali descritti dal Cataldi, interpreti la vocazione organico-totale, o polare (Cataldi 1977, p. 49).

Se, analizzando la cartografia, si ripercorrono brevemente le fasi della crescita urbana dai primi del Novecento, si osserva facilmente l’importanza delle direttrici infrastrutturali nel determinare la costruzione di nuovi pezzi di città (Longobardi, Piccinato, Quilici, 2009). Queste zolle urbane (Purini, 2022) dal limite ben definito si dispongono lungo gli assi infrastrutturali in modo discontinuo, calandosi nella campagna, che a sua volta continua a lambirle, enfatizzandone la lontananza ed estraneità alla città. Alcune fotografie risalenti alla metà del Novecento evidenziano la condizione di isolamento dei nuovi quartieri che, dimenticando le geografie descritte, in quegli anni occupano porzioni sempre più rilevanti della campagna, generando un paesaggio composto da frammenti: da una parte quelli urbani della nuova espansione, dall’altra quelli vegetali di un territorio agrario sempre meno riconoscibile perché eroso dall’avanzare dell’urbanizzato (Lelo, 2006).

Così, se osservata dall’alto, in un’immagine satellitare, Roma appare oggi come un’area urbana molto estesa e apparentemente omogenea, in realtà è composta da tessuti urbani dalla morfologia molto differente e da isole residuali di campagna incastonate al loro interno, a testimonianza delle diverse politiche pianificatorie che si sono susseguite nel tempo o di azioni informali in seguito normate. In questa commistione di marginalità urbane sempre più vaste e indefinite in cui l’edificato si alterna in modo caotico e discontinuo alla vegetazione, si palesano in tutta la loro forza evocativa le archeologie degli acquedotti, alcune volte emergenti dalle radure erbose, come nel parco degli Acquedotti, altre fagocitate dalla pervasività dell’edificato indifferente al monumento, come nel quartiere di Centocelle o nell’area del Mandrione.

Analogamente alla componente idrografica e orografica, quasi del tutto dimenticate dalle strategie di sviluppo del territorio, le strutture radiali dei sistemi, un tempo ben riconoscibili, sono state rese più opache e meno identificabili dallo sviluppo urbano che è andato sempre più a saturare lo spazio tra le direttrici infrastrutturali. Un’eccezione è rappresentata dall’area del Parco dell’Appia Antica, ancora in grado di preservare il collegamento con la campagna e, più in generale, la continuità di una trama vegetale che, in forme diverse, penetra le mura Aureliane fino a lambire l’Area Archeologica Centrale. In ogni caso, la giustapposizione e commistione di oggetti e ambiti di nature ed epoche differenti genera paesaggi ibridi, molteplici e stratificati, rendendo impossibile la formulazione di una definizione univoca e di un’immagine chiara per il territorio ad est di Roma a lungo appellato, genericamente, come paesaggio della ‘campagna romana’. A questa molteplicità di paesaggi che compongono il territorio come un palinsesto (Corboz, 1983) corrisponde una molteplicità di sguardi, e quindi anche di immagini che ne offrono una rappresentazione. Come ci ricorda Vittoria Calzolari, «nel caso del territorio di Roma e del suo rapporto con la città non si può tracciare un percorso continuo: è piuttosto un diagramma spezzato, con alcuni picchi di intense presenze, descrizioni e immagini e lunghi periodi di vuoto» (Calzolari, 1999, p. 11).

Dalla ricognizione territoriale all’individuazione di strategie progettuali

La breve descrizione introduttiva del territorio orientale romano solleva alcune tematiche e direzioni operative utili. I principali temi rilevabili possono essere così elencati: ristabilire, dove possibile, un rapporto con la condizione antropogeografica e le sue stratificazioni storiche; potenziare le relazioni e il ruolo del patrimonio archeologico degli acquedotti nel contesto urbano; definire l’importanza strategica di una rete per la mobilità sostenibile che entri in relazione con il sistema infrastrutturale esistente, in particolar modo quello ferroviario, e permetta di esperire la diversità dei paesaggi.

A Roma, come in molte altre città italiane, ciò che sembra sia venuto a mancare nel corso del processo di urbanizzazione è la capacità di leggere la geografia antropogenica, ossia l’insieme degli elementi che costituiscono l’ambiente, e di comprendere la «forma del territorio», per citare Vittorio Gregotti (1966). Già nel 1966, l’architetto milanese denunciava la «progressiva riduzione da parte dell’uomo della natura a cultura nell’intento di sfruttare funzionalmente e produttivisticamente la natura stessa; […] dalla riduzione dell’importanza del ‘luogo’ per la costituzione del valore attraverso la tecnologizzazione del paesaggio, ossia alla riduzione della sua tipicità per opera di processi relativamente indifferenti dal punto di vista operativo ai caratteri del luogo, […] sino al problema delle conseguenze formali di questo atteggiamento sul paesaggio stesso di cui l’ambiente urbano diviene uno degli aspetti dotato di speciali caratteristiche» (Gregotti, 1966, pp. 7-9).

Individuare, analizzare, interpretare gli «strati sub-urbani» (Marot, 2010) – cioè quelli appartenenti alla condizione geografica originaria – si rivela necessario sia nei casi in cui questi strati siano ancora presenti e visibili, sia nei casi in cui non lo siano più. Un esempio di questa seconda condizione sono quelle aree urbanizzate in cui una lettura diacronica consente di riscoprire le trame naturali preesistenti per pianificare progetti di depavimentazione atti a mitigare gli allagamenti dovuti alla presenza di superfici impermeabili e al tombamento dei fossi. Viceversa, nel caso in cui gli strati sub-urbani siano ancora riconoscibili, il progetto potrà utilizzarli come elementi di esplorazione, lettura, invenzione e rappresentazione del sito, attraverso quella strategia che Michel Desvigne definisce di «geografia amplificata» (Desvigne, 2009), la quale agisce su tutti gli elementi che concorrono a definire la forma del territorio (l’acqua, il suolo e la vegetazione nelle sue diverse espressioni formali, come siepi, prati, stringhe o macchie di alberi), rafforzandoli. Attuare questa interpretazione e progettazione dei segni territoriali originari non solo è in grado di ripristinare gli assetti ecologici, ma anche di evidenziare o suggerire le trame di una geografia parzialmente sepolta, e quindi di riscoprire le antiche trame che attraversavano e collegavano le parti del territorio.

Accanto ad una stratigrafia di tipo verticale, che trova la sua origine nella conformazione geologica del territorio, nella campagna romana è possibile osservare, nella compresenza e ibridazione di frammenti di paesaggi eterogenei, un’altra stratificazione di tipo orizzontale. Per dirla con l’archeologa Andreina Ricci, «alla verticalità del lungo periodo si oppone qui l’orizzontalità: superfici assai estese sulle quali sono distribuite testimonianze di periodi differenti che, come isole, affiorano nel mare di una realtà tutta contemporanea» (Ricci 2002, pp. 107-108). Proprio la permanenza dell’antica rete infrastrutturale degli acquedotti ha fatto sì che si conservasse potenzialmente la storica relazione di coesistenza tra urbs e suburbium e tra artefatto (archeologico e contemporaneo) e natura che da sempre caratterizza Roma, generando frequentemente conflitti, frizioni e contrappunti lungo i margini, e gli acquedotti si fanno come vettori lungo i quali frammenti di paesaggi eterogenei scorrono e si articolano senza soluzione di continuità.

Tuttavia, tra la città contemporanea e l’antica infrastruttura lineare, si vengono spesso a generare aree urbane generiche, indefinite e residuali, quasi sempre frutto della mancata riflessione pianificatoria e progettuale sull’importanza e specificità dello spazio che caratterizza l’atmosfera che aleggia attorno alla rovina. Uno ‘spazio tra’ di spessore diverso e dalle molteplici connotazioni: alcune volte si palesa come una strada affiancata dal marciapiede, dai parcheggi o da un’aiuola di prato che in certi tratti costituisce il basamento su cui si erge la rovina; altre volte diventa una fascia di superficie erbosa abbandonata ad uno stato selvatico che si estende per qualche metro, dilatando lo spazio tra l’acquedotto e il fronte urbano; in altri casi, l’archeologia rimane un frammento intercluso tra le infrastrutture più recenti, come nel caso dell’acquedotto Claudio poco a sud dell’unità d’abitazione orizzontale di Libera al Tuscolano. Infrastruttura della memoria collettiva e grandioso esempio di ingegneria idraulica, nelle riflessioni didattiche e progettuali di recente condotte, il tracciato dell’acquedotto si fa occasione e fondamento di un processo di rigenerazione urbana che, oltre a preservare e risignificare il valore storico-patrimoniale del monumento, si riverbera nello spazio aperto contiguo o diventa fondale da traguardare.

Progettare i luoghi che, con profondità mutevole, gravitano attorno agli acquedotti offre l’occasione per ripensare le esigenze del vivere quotidiano, di una mobilità alternativa e sostenibile, di un rafforzamento delle trame vegetali e dei corridoi ecologici e, al contempo, definisce una traccia per ordinare l’esperienza di osservazione ed esplorazione del territorio stratificato. Osservare il paesaggio permette di comprendere la sua forma e i processi che la costruiscono, perché «vedere significa conoscere la forma finale del mondo offerta agli occhi dell’osservatore e distinguere i particolari di una totalità» (Venturi Ferriolo, 2009, p. 52). Tuttavia, man mano che il territorio cambia, si modifica anche l’esperienza della sua ‘visione’, dal momento in cui «l’atto di guardare, che solo apparentemente sembra un semplice movimento fisiologico, è stato investito dalla cultura» (Giallongo, 2005, p. 17). Osservare significa, quindi, costruire lo spazio senza operare fisicamente su di esso e lasciarvi tracce apparenti, contribuendo a plasmare la sua immagine. Al contrario dell’atto dell’osservazione, l’esplorazione del paesaggio presuppone un atteggiamento attivo che prevede che ci si immerga in esso, lo si attraversi e si oltrepassino i limiti della propria conoscenza. In questo modo, l’atto dell’esplorare, secondo i tempi e i modi della percezione, costruisce una narrazione e una presa di coscienza dei luoghi e della loro storia, delle loro caratteristiche spaziali e relazioni con il contesto: così, «nella nostra mente la natura diventa quell’immagine che chiamiamo paesaggio» (Burckardt, 2019, p. 187).

Alla luce delle considerazioni fatte, una strategia progettuale che rifletta su questa parte di Roma dovrà partire necessariamente dalla struttura della percorrenza, attraverso l’elaborazione di un piano della fruizione che promuova l’attraversamento del territorio secondo una mobilità più lenta e diversificata e favorisca maggiormente scambi, interazioni e ispiri nuovi sguardi sulla moltitudine di paesaggi. Immaginare nuove modalità per attraversare i territori della campagna romana, partendo dal progetto di nuove stazioni ferroviarie (come quelle di Selinunte, Statuario e Torricola lungo la via Appia antica), concepite come nodi di un sistema reticolare e articolato, si offre come l’occasione per ripensare nuove connessioni tra la città storica e i margini più frammentati, attraverso una rete di percorrenze alternative che intercetti anche le infrastrutture lineari consolidate. Al contempo, attraverso le strutture radiali dei differenti sistemi geografici e antropici, i frammenti di campagna romana che sopravvivono nell’urbanizzato possono essere riorganizzati semanticamente in un sistema continuo di spazi pubblici altamente qualificati dalla presenza dei monumenti e dalle persistenze naturali.

Ripristinare antiche tracce o creare nuovi percorsi – che attraversano e collegano – comporta sempre la riattivazione del territorio interessato, promuove un turismo e un tipo di pratiche più attente, incentiva la fruizione di servizi e infrastrutture adiacenti, sostiene le economie di prossimità e connesse al territorio: in generale, innesca una serie di azioni che fanno sì che un territorio venga scoperto e abitato, condiviso come elemento di identità molteplici e mutevoli.

Riferimenti bibliografici

Burckhardt, L. (2019), Il falso è l’autentico: politica, paesaggio, design, architettura, pianificazione, pedagogia, Quodlibet, Macerata.

Calzolari, V. (a cura di, 1999), Storia e natura come sistema. Un progetto per il territorio libero dell’area romana, Àrgos, Roma.

Cataldi, G. (1977), Per una scienza del territorio, Uniedit, Firenze.

Corboz, A. (1983), Il territorio come palinsesto, in “Casabella”, n. 516, pp. 22-27.

Desvigne, M. (2009), Cluster Paris-Saclay, in <http://micheldesvignepaysagiste.com/en/paris-saclay-cluster> (12/22).

Gregotti, V. (1966), La forma del territorio, in “Edilizia Moderna”, n. 87-88.

Giallongo, A. in C. Raffestin (2005), Dalla nostalgia del territorio al desiderio di paesaggio. Elementi per una teoria del paesaggio, Alinea Editrice, Firenze.

Lelo, K. (2006), “Le «frontiere» dell’urbano”, in Boemi, M. F., Travaglini, C. M. (a cura di), Roma dall’alto, CROMA, Roma.

Longobardi, G., Piccinato G., Quilici V. (a cura di, 2009), Campagne romane, Alinea Editrice, Firenze.

Purini, F. (2022), Memorie verdi, Editoriale Lotus, Milano

Ricci, A. (2002), Roma: una carta per la qualità urbana. “La memoria remota”, in Ricci A. (a cura di), “Archeologia e Urbanistica. International School in Archaeology”, All’insegna del Giglio, Firenze, pp. 107-108.

Venturi Ferriolo, M. (2009), Percepire paesaggi. La potenza dello sguardo, Bollati Boringhieri, Torino.